Hai trovato l’università? Bravo ora trova casa!

Scegliere un’università, passare il test, iscriversi e pensare di lasciare casa sembrano già delle imprese titaniche ma, se uno si prepara a tutto questo per tempo tanto meglio, è il mio nuovo eroe.

Il vero problema sorge quando, da bravi indecisi e ritardatari cronici (un dono solo per pochi eletti sia chiaro), ci si iscrive in un ateneo tre giorni prima che le lezioni inizino e si deve trovare casa.

Se siete persone ansiose o che si stressano facilmente, non vi volete bene sappiatelo, ma, se le precedenti crisi isteriche potevano essere il culmine della nevrosi, fidatevi quest’impresa, gli amici matematici si premureranno di fornire calcoli e risultati adeguati, moltiplica il tutto per mille.

La mia avventura il primo anno da giovane matricola inesperta e un po’ impacciata? Diciamo che è iniziata con l’ostello della gioventù di Trento. Dopo quattro giorni di hotel superlusso tutto compreso, pure gli asciugamani, vostri solo per qualche spiccio, infinite telefonate ad agenzie immobiliari più o meno interessate ad accaparrarsi la provvigione dell’ennesimo studentello, conoscenze con padroni di casa facenti probabilmente parte dell’entourage dei Cugini di campagna e corsi all’università, mi sono buttata.

Non m’interessava che fosse bella, né tantomeno dotata di tutti i comfort, benché la tenda da vasca in plastica stinta nel tempo sia considerato un must del vero fuorisede, bastava trovare casa.

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La mia dolce dimora sarà stata costruita nel momento del più pregiato design italiano, gli anni Sessanta per intenderci; un palazzone a più piani, senza ascensore, fortuna che abitavo solo al quinto piano, di un colore che avrà accecato più di qualche passante ma con un fascino tutto suo.

Casa era abitata da una polvere perenne che ormai aveva smesso di pagare l’affitto e aveva imposto la sua presenza a ogni inquilino, e, poiché era arrivata prima di tutti, aveva ogni diritto di restare. Credo che il motivo della sua permanenza dipendesse dal fatto che i prodotti per l’igiene della casa non sono mai sati testati sulle abitazioni dei fuorisede ma questo non spetta a me dirlo.

Il padrone di casa era il vero cuore dell’abitazione, un tuttofare che ogni mese ci inviava per mail i prospetti dei pagamenti precisi al centesimo. Casa era la sua creatura, un piccolo appartamento con due doppie, una terrazza e tutto il necessario. Una cucina in cui se si stava in quattro si rischiava di uscire pesti come da una rissa per quanto era stretta, non sto esagerando era impossibile aprire singolarmente le ante di frigo e forno a più di metà figuriamoci farlo contemporaneamente; un terrazzo dotato di tappeto impolverato che era diventato la base operativa della coinquilina di Singapore, chiamate Skype, pasti vari, esercizi yoga, telo mare, tutto insomma e si concludeva con un riscaldamento a caldaia che ogni tanto decideva di spegnersi, ragion per cui era necessario staccare la piastra di metallo che conteneva la fiamma e, da bravi piromani in erba, riaccenderla con un accendi gas o, se si era dei folli temerari, con un fiammifero.

Parliamoci chiaro la prima casa dello studente fuorisede è un disagio esistenziale ma dopo la fatica fatta per trovarla, poco importa le condizioni in cui ci si ritrova, basta che sia casa e se al proprio fianco ci sono i coinquilini giusti la c minuscola subisce una trasformazione e diventa improvvisamente maiuscola. Forse, però, è ancora troppo presto per parlare di questo, perché le persone con cui si vive o con cui si è vissuto meritano un articolo a parte, che dia loro il posto d’onore che esigono.

(foto Tumblr e Google immagini)
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Un commento Aggiungi il tuo

  1. Samuele ha detto:

    Complimenti! Sembra il racconto della mia vita.

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